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Una nuova ricerca nazionale cambia radicalmente la stima delle popolazioni indigene australiane prima dell’arrivo degli europei, suggerendo un numero molto più alto e una caduta demografica catastrofica nei decenni successivi alla colonizzazione. I ricercatori combinano dati genetici, archeologici e modelli ambientali per ricostruire una storia umana che le prime indagini ufficiali non riuscirono a cogliere. Il risultato obbliga a ripensare sia la portata delle perdite sia le conseguenze sociali e politiche tuttora visibili.
Un calo demografico di portata storica
Lo studio propone una popolazione mediana precoloniale stimata in 2,22 milioni di persone, molto superiore alle valutazioni tradizionali. Secondo il modello, entro il 1861 la popolazione era scesa a circa il 7% di quel livello del 1788, una riduzione di circa il 93% in 73 anni. Questi numeri trasformano la comprensione degli effetti della colonizzazione da impatto limitato a vera e propria catastrofe demografica.
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I ricercatori traducono questo declino in mortalità in eccesso: circa 2,06 milioni di decessi attribuibili al periodo 1788–1861. In media, si parla di quasi 28.200 morti in più ogni anno rispetto alle aspettative basali. Sono cifre che aiutano a spiegare la riduzione drastica delle comunità e la frammentazione sociale documentata dalle fonti.
Metodi integrati per stimare una popolazione perduta
Per aggirare la parzialità dei censimenti ottocenteschi, il team ha usato un approccio multidisciplinare. Modelli ecologici, analisi genetiche e reperti archeologici sono stati messi insieme per ottenere stime più robuste. Le testimonianze etnografiche servivano a contestualizzare i risultati, non a determinarli unilateralmente.

Tipi di evidenze e modello di calcolo
Le fonti principali impiegate includono osservazioni storiche, dati genetici e stime di capacità ambientale. Gli strumenti usati sono:
- ricostruzioni genetiche delle dimensioni e della struttura delle popolazioni;
- analisi archeologiche sulla distribuzione dei siti abitativi;
- modelli della capacità di carico del territorio per stimare la densità sostenibile.
Perché le stime precedenti erano troppo basse
Le prime valutazioni, rimaste influenti a lungo, risalgono in gran parte agli studi di Alfred Radcliffe‑Brown negli anni ’30. Quella stima iniziale di circa 250.000 persone non teneva conto dell’impatto massiccio di malattie letali e di violenza di frontiera. Di conseguenza, le cifre storiche hanno sottovalutato l’estensione reale delle popolazioni precoloniali.
Il nuovo lavoro mostra che le stime possono essere fino a sette volte superiori ai numeri tradizionali. La densità media risultante dallo studio è pari a circa 0,29 persone per km², ovvero circa 0,75 persone per miglio quadrato. Questo ribalta molte interpretazioni sulla distribuzione umana del continente prima del 1788.
Gli autori sottolineano che il ricorso a fonti diverse è essenziale quando i registri scritti sono frammentari o distorti. Solo un confronto fra metodi permette di ottenere un quadro più affidabile. Si tratta di una pratica ormai standard nelle ricostruzioni demografiche storiche di grandi aree.
Impatto attuale: memoria, riconciliazione e politiche pubbliche
Secondo gli autori, comprendere la dimensione reale della perdita è fondamentale per la verità storica e la riconciliazione. La portata della catastrofe demografica fornisce nuova chiave di lettura per la sofferenza intergenerazionale documentata oggi. Riconoscere la scala delle perdite aiuta a formulare politiche più sensibili e mirate.
Il documento mette in evidenza altresì la resilienza delle comunità indigene: la popolazione australiana indigena è cresciuta dagli anni ’50, ma nel censimento del 2021 contava ancora solo circa il 37% della stima mediana precoloniale. Gli autori stimano che, mantenendo gli attuali tassi di crescita demografica, la popolazione potrebbe tornare ai livelli stimati del 1788 intorno al 2047.
Figura chiave del progetto, la ricerca è stata supportata da centri di eccellenza dell’Australian Research Council. Il lavoro cerca non solo di misurare perdite, ma anche di alimentare un dibattito pubblico sulle ripercussioni politiche e sociali. La sopravvivenza e la ripresa delle comunità indigene sono presentate come aspetti essenziali della storia nazionale contemporanea.












