183.000 tartarughe giganti: da quasi estinte a regine di un paradiso remoto

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Sull’atollo di Aldabra, nelle Seychelles, un nuovo studio rivela che le famose tartarughe giganti sono tornate a prosperare: la stima aggiornata parla di quasi 183.000 individui, una cifra che supera la popolazione umana del paese. Questo risultato non solo celebra un successo di conservazione, ma cambia anche il modo in cui si contano animali difficili da avvistare. I dati, raccolti da personale in loco e analizzati con tecniche statistiche moderne, offrono una base solida per monitorare il futuro della specie. Il riscontro arriva dopo anni di lavoro sul campo e riflette sia recupero che miglioramenti metodologici.

Una popolazione più grande di quanto si pensasse

La ricerca condotta dalla Seychelles Islands Foundation e dall’Università di Exeter stima quasi 183.000 tartarughe giganti ad Aldabra. Questa cifra è la più alta mai riportata per Aldabrachelys gigantea sull’atollo. Il numero è rimasto relativamente stabile durante il periodo di monitoraggio, suggerendo una popolazione in buona salute.

Gruppo di tartarughe giganti che pascolano in una prateria aperta di Aldabra
Densità elevate nelle praterie aperte: qui si osservano molte tartarughe.

Lo studio copre i dati raccolti tra il 2018 e il 2022 e rivede la vecchia stima, che risaliva agli anni Novanta e indicava circa 100.000 tartarughe. Più che un confronto diretto, il nuovo lavoro fornisce un punto di riferimento metodologicamente più affidabile. Per gli esperti, questa stima rafforza il ruolo di Aldabra come modello di successo nelle strategie di conservazione marine e terrestri.

Tecniche moderne per contare ciò che non si vede

La novità principale dello studio è l’uso di un approccio statistico avanzato chiamato Bayesian hierarchical distance sampling. Questo metodo tiene conto degli animali presenti ma non osservati, compensando le manchevolezze dei soli conteggi visivi. In pratica si stima la probabilità di avvistamento in base all’habitat e alle condizioni locali.

Ricercatori sul campo che raccolgono dati per un censimento faunistico
I rilevatori hanno raccolto dati standardizzati essenziali per i modelli statistici.

I rilevatori che lavorano sull’atollo hanno raccolto dati regolari e standardizzati, essenziali per applicare modelli rigorosi. Le aree con vegetazione fitta o ombreggiata, dove le tartarughe sono più nascoste, vengono trattate diversamente rispetto a praterie aperte. Così si ottiene una stima più realistica della popolazione totale, non solo del numero di animali avvistati.

Secondo i ricercatori, questo approccio genera una «baseline» robusta per futuri confronti e per interventi di gestione. Modellare ciò che non è stato visto migliora le decisioni di conservazione. Il risultato è una valutazione più precisa dello stato di salute della specie.

Dove si concentrano le tartarughe e dove sono più difficili da contare

Le densità maggiori si trovano nelle praterie di Aldabra, note localmente come «tortoise turf», dove il cibo è abbondante e il terreno è aperto. Altre aree con elevata presenza includono superfici esposte e banchi di arbusto aperto. Questi ambienti favoriscono gli avvistamenti e quindi la stima diretta degli esemplari.

Viceversa, la vegetazione fitta, le mangrovie e le porzioni con piante come Pemphis rendono le tartarughe più difficili da individuare. Correggere le differenze di visibilità tra habitat aiuta a capire dove gli animali sono veramente scarsi e dove semplicemente sono nascosti. In questo modo si evitano interpretazioni fuorvianti sulla distribuzione e sulla densità della popolazione.

Minacce che restano: clima, maree e specie invasive

Nonostante la ripresa, le tartarughe giganti di Aldabra affrontano rischi crescenti legati al cambiamento climatico. Periodi di siccità più frequenti e intensi riducono risorse alimentari e zone d’ombra fondamentali per la termoregolazione. L’innalzamento del livello del mare mette a rischio gli habitat bassi dell’atollo.

Le specie introdotte continuano a influire sulla sopravvivenza dei giovani esemplari. I capretti selvatici, che avevano devastato la vegetazione, sono stati eradicati nel 2012, ma permangono gatti randagi e topi neri che predano uova e neonati. Gli autori sottolineano che eliminare questi predatori potrebbe aumentare il successo riproduttivo e favorire ulteriori incrementi demografici.

Tra le principali minacce identificate dagli studiosi ci sono:

  • siccità prolungate e riduzione delle risorse
  • innalzamento del livello del mare che erode habitat
  • predazione di uova e giovani da parte di specie invasive

Gli esperti avvertono che la nuova stima offre una base di partenza, non un traguardo finale. Avere dati più accurati consente interventi tempestivi e adattivi man mano che cambiano le pressioni ambientali. La sfida resta trasformare questa conoscenza in azioni concrete sul campo.

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