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Un singolo dente fossile ha riscritto una piccola parte della storia dell’Atacama: trovato nel nord del Cile, appartiene a un capibara vissuto quasi 9 milioni di anni fa. La scoperta sembra contraddire l’idea che questa costa sia stata ininterrottamente arida per decine di milioni di anni. Dietro quel piccolo reperto si apre un quadro di paludi, pesci d’acqua dolce e vegetazione lussureggiante. La scoperta ha mobilitato paleontologi e geologi di più istituti per capire come sia stato possibile.
Il ritrovamento e il contesto geologico dell’Atacama
Il dente è emerso da uno strato di sedimenti marini a El Morro, parte della formazione di Bahía Inglesa. I depositi risalgono a un intervallo compreso tra 10 e 7 milioni di anni fa, quando la linea di costa era diversa. Trovare un capibara in questi sedimenti marini è un fatto sorprendente per una regione che oggi è tra le più aride del pianeta. Il reperto è il più antico capibara documentato sulla costa cilena.
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La zona è nota per concentrazioni fossili importanti, come Cerro Ballena, la famosa “Collina delle Balene”. Molti reperti locali erano stati raccolti da commercianti e collezionisti. Alcuni materiali originali si erano persi, ma nuove donazioni hanno permesso analisi moderne. La collaborazione tra comunità locali e scienziati ha riaperto il sito alla ricerca sistematica.
Prove biologiche: piante, microfossili e fauna acquatica
Oltre al dente, gli strati contengono microresti vegetali chiamati fitoliti. Queste strutture di silice formatesi nelle cellule vegetali indicano la presenza di palme e altre angiosperme. La combinazione di fitoliti e fauna acquatica suggerisce un ambiente ben idratato, molto diverso dall’oggi. I ricercatori hanno usato questi indizi per ricostruire la vegetazione costiera dell’epoca.

Altri fossili trovati nello stesso orizzonte includono resti di pesci d’acqua dolce e gaviali. Questi reperti confermano che esistevano corpi d’acqua dolce stabili o stagionali. Ecco gli elementi principali che sostengono l’ipotesi di un habitat umido:
- il dente di capibara ritrovato nei sedimenti;
- fitoliti riconducibili a palme e dicotiledoni;
- resti di pesci d’acqua dolce e gaviali.
Gruppo di ricerca e metodi di analisi
Lo studio è guidato da giovani ricercatori e coinvolge università e istituzioni cilene e statunitensi. Priscilla Martinez ha coordinato l’analisi paleontologica e stratigrafica. Carolina Gutstein ha contribuito con l’esperienza locale e la cura dei campioni raccolti in loco. Altri specialisti hanno interpretato i fitoliti e la fauna acquatica per ricostruire l’ambiente.
Collaborazione internazionale e finanziamenti
La ricerca è stata sostenuta da borse e grant internazionali, tra cui finanziamenti della National Geographic e programmi di ricerca accademici. Questi fondi hanno permesso datazioni, analisi microscopiche e usi di immagini ad alta risoluzione. La sinergia tra equipe diverse ha migliorato l’affidabilità delle conclusioni.
Ipotesi di dispersione: come raggiunsero la costa i capibara?
I capibara moderni vivono soprattutto nelle pianure umide a est delle Ande, seguendo bacini fluviali come l’Amazzonia. La presenza costiera nel Cile settentrionale fa emergere interrogativi sulla loro capacità di spostamento. Gli autori ipotizzano che gli animali si siano spostati lungo corridoi di habitat favorevoli.
Una possibile via suggerita è il percorso lungo la fascia costiera, aggirando le Ande verso nord e poi verso sud. In pratica il movimento avrebbe seguito una rotta “controcorrente” attorno al massiccio andino, passando per Venezuela, Colombia, Ecuador e Perù. Questo tragitto avrebbe sfruttato zone a bassa quota e bacini collegati.
La traversata diretta attraverso l’altopiano andino sembra improbabile a causa dell’altitudine e dell’aridità. Il dato fossile spinge a riconsiderare i confini biogeografici tradizionali fra l’ovest e l’est del continente. I ricercatori propongono nuove mappe di dispersione per questi roditori semiacquatici.
Conseguenze per la paleoclimatologia dell’area
Questo ritrovamento mette in discussione l’idea che l’Atacama sia rimasto arido in modo continuo per 40 milioni di anni. I reperti paleontologici mostrano che episodi umidi locali si sono verificati nel Tardo Miocene. Capibara e altri organismi richiedono acqua e vegetazione, quindi la presenza loro implica condizioni favorevoli prolungate. Lo studio invita a rivedere modelli climatici regionali per il passato.
Capire come cambiò l’Atacama nel tempo è importante anche per prevedere come deserti sensibili reagiscano alle variazioni climatiche. Ricostruire le condizioni pre-umane offre un riferimento per i futuri cambiamenti. Nuove ricerche e scavi potrebbero rivelare ulteriori sorprese nella costa cilena.












