200 mila fusti di scorie radioattive scoperti a 20.000 leghe sotto il mare

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Una spedizione scientifica ha riportato alla luce un problema sommerso da decenni: a migliaia di metri sotto la superficie dell’Atlantico settentrionale giacciono fusti contenenti rifiuti radioattivi, in numero molto maggiore di quanto stimato in precedenza. I ricercatori a bordo della nave da ricerca Pourquoi Pas? hanno individuato e analizzato questi contenitori, scoprendo segni di corrosione e tracce di isotopi radioattivi. La scoperta riapre interrogativi su contaminazione, responsabilità storiche e futuro del fondale oceanico. Lo studio combina osservazioni dirette, prelievi di sedimenti e analisi chimiche per misurare l’impatto sull’ecosistema profondo.

Come nasce l’emergenza: lo scarico di rifiuti nucleari in mare

Tra gli anni Cinquanta e Novanta diversi Paesi europei, Francia inclusa, optarono per lo smaltimento in mare di scorie nucleari. L’idea allora prevalente era che le profondità oceaniche potessero fungere da deposito stabile. Quel progetto ha lasciato sul fondale un’eredità che non scomparirà in tempi brevi. Oggi la pratica è vista con altri occhi e solleva questioni scientifiche e legali.

Immagine d'archivio di barili e scarico in mare nelle decadi passate
Scarichi di rifiuti nucleari in mare tra gli anni Cinquanta e Novanta, pratica oggi criticata.

Le operazioni di scarico non prevedevano il recupero dei contenitori. Nel tempo si è saputo poco e le mappe precise sono carenti. Solo indagini recenti hanno iniziato a ricostruire la distribuzione dei fusti. La scoperta attuale amplia sensibilmente la scala del fenomeno documentato.

La missione sul Pourquoi Pas? e la nuova stima dei fusti

Una squadra di una trentina di scienziati ha esplorato fondali oltre i 4.700 metri con strumenti robotici e campionatori. Un’indagine precedente del 2025 aveva contato circa 3.355 contenitori a distanza. L’osservazione diretta e i calcoli condotti durante la recente spedizione hanno portato a una stima molto più alta. Il numero ipotizzato supera le centinaia di migliaia, con una stima centrale attorno a 200.000 fusti.

Nave di ricerca con robot sottomarino e campionatori in uso durante una spedizione
La missione a bordo del Pourquoi Pas? ha usato ROV e campionatori sui fondali oltre i 4.700 metri.

Gli esperti hanno raccolto sedimenti, acqua, organismi e microbi intorno ai barili per confrontarli con il fondale circostante. Molti contenitori mostrano segni avanzati di corrosione. Questo rende plausibile la presenza di perdite e dispersione di materiale nel tempo.

La presenza di fauna che colonizza i fusti complica la lettura dell’impatto ecologico. La vita microbica e animale sui barili suggerisce adattamenti inattesi. Tuttavia, adattamento non significa assenza di rischio per la catena alimentare. Le analisi continuano per chiarire quanto i radioisotopi siano entrati negli organismi locali.

Isotopi rilevati e implicazioni per la contaminazione

Nei campioni prelevati sono stati identificati diversi radioisotopi che fungono da indicatori della presenza di rifiuti nucleari. Tra questi figurano cobalto-60, niobio-94, cesio-137 e americio-241. Alcuni isotopi, come cesio e americio, sono associati anche a test di armi nucleari storici. La loro individuazione aiuta a tracciare fonti e processi di dispersione nel tempo.

Elenco degli isotopi trovati e cosa indicano

  • Cobalto-60: usato come tracciante e presente in rifiuti industriali e reattori.
  • Niobio-94: indicatore di procedure nucleari e materiale di combustione.
  • Cesio-137: legato a scorie e test nucleari, molto mobile in ambiente marino.
  • Americio-241: prodotto di decadimento e spesso associato a scarti di armi nucleari.

Effetti sugli organismi marini e incertezze scientifiche

Le analisi mostrano che alcuni organismi vivono sui e attorno ai fusti. Questo comportamento dimostra che gli ecosistemi profondi possono colonizzare superfici nuove. Gli scienziati non possono però ancora quantificare l’assorbimento di radioisotopi nelle reti trofiche. Restano molte incognite sull’accumulo e sui trasferimenti lungo la catena alimentare.

Il Centro nazionale francese per la ricerca scientifica (CNRS) ha pubblicato i primi risultati e prosegue le indagini. I dati raccolti serviranno a mappare i punti più critici e a valutare la velocità di dispersione. Sono in corso analisi isotopiche dettagliate e monitoraggi a lungo termine. Le informazioni saranno essenziali per decisioni politiche e per eventuali interventi tecnici.

L’aspetto normativo e le responsabilità storiche riemergono man mano che emergono nuove evidenze. Occorrerà cooperazione internazionale per pianificare risposte efficaci. Nuove campagne scientifiche e una strategia di sorveglianza sono già sulla tabella degli enti coinvolti. Nel frattempo il fondale continua a raccontare una storia di rifiuti e di rischi potenziali.

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