Mostra sommario Nascondi sommario
Una nuova ricerca condotta nella foresta di Taï in Costa d’Avorio mette in discussione l’idea che solo gli ominidi abbiano piedi adatti all’arrampicata verticale. Filmati ad alta risoluzione e misure cinematiche mostrano che i mangabeyi scuri sanno arrampicarsi su tronchi stretti con sorprendente abilità. Questo studio apre prospettive diverse sulla mobilità dell’ultimo antenato comune tra uomini e scimpanzé. Leggere questi dati può cambiare come interpretiamo la forma del piede nei fossili e la storia della nostra locomozione.
Prove sul campo: i mangabeyi ripresi nel loro habitat
Ricercatori dell’Ohio State University hanno registrato nei dettagli i movimenti dei mangabeyi nella Taï Forest. Le riprese permettono di analizzare la posizione e il carico sulle articolazioni durante l’arrampicata. I filmati rappresentano dati diretti e quantificabili, non semplici osservazioni aneddotiche.
Chip spariti dalle carte d’identità ad Acerra: tre casi in pochi giorni
Bande spaccafeste della Milano bene anni ’90: furti e devastazioni tornano per Roberto Vecchioni

Le analisi rivelano che il mesopiede dei mangabeyi si flette molto durante la salita. Questo movimento sostiene la presa sul tronco e facilita lo spostamento verticale. I risultati sono stati pubblicati su Proceedings of the National Academy of Sciences.
Secondo gli autori, le immagini video hanno eliminato molte incertezze precedenti. Ora è possibile misurare l’angolo di flessione e valutare la biomeccanica dell’arto posteriore. Ciò offre una nuova prospettiva sul ruolo del piede nelle scimmie non antropomorfe.
Implicazioni per l’antenato comune tra umani e scimpanzé
La scoperta complica le ricostruzioni sull’ultimo antenato comune (LCA). Se scimmie con piedi “simili a quelli dei primati” possono arrampicarsi verticalmente, la forma del piede da sola non definisce il comportamento. Non si può escludere la capacità di arrampicata verticale solo osservando la morfologia ossea.
Questo elemento assume rilievo nello studio dell’origine del bipedismo umano. Capire quanto gli antenati fossero arborei aiuta a spiegare perché si è sviluppata la camminata su due gambe. Per chiarire queste dinamiche serviranno ulteriori fossili e nuovi dati comportamentali.
Confronto funzionale: angoli di flessione e strategie diverse
Le misure di riferimento mostrano differenze ma anche sovrapposizioni tra specie. Un articulazione della caviglia di uno scimpanzé può flettersi fin verso i 45 gradi. L’arto umano, mediamente, raggiunge circa 20 gradi in flessione dorsale.

- Scimpanzé: circa 45° di flessione durante l’arrampicata verticale.
- Mangabey scuro: il mesopiede si flette fino a 46° durante la salita.
- Uomo moderno: circa 20° nella maggior parte dei soggetti.
Questi numeri suggeriscono che la funzione di arrampicata può emergere da diverse strutture ossee. Anche in assenza di una caviglia “da scimpanzé”, la combinazione di ossa, muscoli e legamenti può produrre performance simili. In pratica, esistono strategie multiple per affrontare l’ambiente arboreo.
Metodi: come i video hanno trasformato l’analisi locomotoria
Riprese ad alta risoluzione e analisi cinematiche
Lo studio utilizza filmati che permettono di valutare con precisione il movimento delle articolazioni. Grazie alla risoluzione si ricavano angoli e tempi di carico molto dettagliati. Questo approccio supera la mera descrizione qualitativa del comportamento.
Gli scienziati hanno confrontato dati cinematici con osservazioni etologiche. Così hanno potuto associare posture e scelte comportamentali a misure anatomiche. La documentazione video rende replicabile e verificabile ogni affermazione.
Ripercussioni sulla paleoantropologia e sul comportamento umano
L’idea che l’arborealità sia stata determinante nella nostra evoluzione trova nuovo supporto. Mani e piedi, caviglie e polsi mostrano adattamenti che riflettono un passato in parte arboreo. Anche gruppi umani moderni conservano competenze di arrampicata, basate su muscoli e tendini più che su ossa specifiche.
I ricercatori sottolineano l’importanza di integrare dati comportamentali con i fossili. Solo con più reperti potremo discriminare se il LCA fosse più simile a una scimmia o a un grande scimmia. Nel frattempo, il comportamento osservabile in specie viventi continua a offrire indizi preziosi.
Questa linea di ricerca invita a ripensare le evidenze morfologiche alla luce delle capacità funzionali osservate. Nuove campagne di scavo e ulteriori registrazioni sul campo sono già all’ordine del giorno. Le domande restano aperte e la ricerca continua a progredire.












