Mostra sommario Nascondi sommario
- Stalagmiti come archivi naturali del clima di Flores
- Tre fasi climatiche che hanno trasformato l’isola
- Prede in calo e fuga dalle grotte: la risposta ecologica
- Acqua dolce al centro della crisi e possibili migrazioni
- Strati di cenere, arrivo dei sapiens e scenari d’incontro
- Nuove piste per ricostruire una estinzione complessa
Stalagmiti come archivi naturali del clima di Flores
All’interno della grotta di Liang Luar i ricercatori hanno individuato una stalagmite che si è formata proprio durante l’intervallo temporale cruciale legato alla scomparsa di Homo floresiensis. Le concrezioni speleotemiche accumulano strati che riflettono le condizioni delle precipitazioni e delle stagioni. Analizzare questi depositi permette di leggere variazioni climatiche con una risoluzione temporale rara per l’area.
Chip spariti dalle carte d’identità ad Acerra: tre casi in pochi giorni
Bande spaccafeste della Milano bene anni ’90: furti e devastazioni tornano per Roberto Vecchioni
Metodi geochimici: cosa dicono le misure
La ricostruzione si basa su due indicatori principali: il rapporto isotopico dell’ossigeno (d18O) e il rapporto magnesio/calcio (Mg/Ca). Il d18O rivela la forza del monsone, mentre il Mg/Ca è sensibile alla quantità totale di pioggia. Incrociando questi parametri e datando gli strati, è stato possibile separare l’andamento delle piogge estive da quello invernale.
Tre fasi climatiche che hanno trasformato l’isola
La sequenza estratta dalla stalagmite mostra un primo periodo più umido, tra circa 91.000 e 76.000 anni fa, con precipitazioni superiori a quelle attuali. Questa fase avrebbe favorito una ricca disponibilità di risorse per erbivori e predatori. L’ambiente avrebbe quindi offerto condizioni relativamente stabili per piccole popolazioni umane insulari.
Tra 76.000 e 61.000 anni fa il clima divenne molto stagionale: estati più piovose e inverni più asciutti. Gli studiosi definiscono questa finestra come una fase “ottimale” per pascoli e caccia locali. È in questo intervallo che emergono la maggior parte dei resti di prede e strumenti litici associati agli abitanti di Liang Bua.
Dal picco stagionale, però, la situazione peggiora: tra 61.000 e 47.000 anni fa la stagione delle piogge si contrae drasticamente, rendendo l’estate più arida. I dati indicano condizioni simili a quelle odierne di alcune zone dell’Australia orientale. La riduzione delle precipitazioni estive coincide con importanti mutamenti ecologici.
Prede in calo e fuga dalle grotte: la risposta ecologica
Per capire la risposta degli ecosistemi, il team ha confrontato i segnali della stalagmite con il d18O estratto dallo smalto dei denti di Stegodon florensis insularis. Questi piccoli elefanti erano una risorsa importante per i cacciatori di Flores. La corrispondenza tra i due archivi ha permesso di sincronizzare con precisione i depositi fossili nella grotta di Liang Bua.
Dalle analisi emergono alcuni punti chiave:
- Circa il 90% dei resti di Stegodon si concentra tra 76.000 e 61.000 anni fa.
- Marcature di taglio sulle ossa indicano il loro sfruttamento da parte di ominini.
- Con la diminuzione delle piogge, sia i piccoli elefanti che gli umani iniziano a scomparire dai depositi successivi.
Acqua dolce al centro della crisi e possibili migrazioni
La disponibilità di acqua sembra essere stata cruciale. Il piccolo corso d’acqua Wae Racang, che alimentava la valle di Liang Bua nella stagione secca, potrebbe essersi ridotto fino a diventare insufficiente per grandi erbivori. Senza fonti stabili, gli Stegodon avrebbero dovuto muoversi verso aree costiere o più umide.
Seguire le mandrie significava per gli umani spostarsi fuori dai rifugi montani. La pressione sulle risorse e la perdita di rifugi stagionali avrebbero reso la popolazione di Homo floresiensis più vulnerabile e dispersa. Questi spostamenti aumentano la probabilità di incontri con altre popolazioni umane.
Strati di cenere, arrivo dei sapiens e scenari d’incontro
All’interno dei depositi di Liang Bua, gli ultimi resti di Stegodon e gli strumenti litici sono ricoperti da uno strato marcato di cenere vulcanica, datato intorno ai 50.000 anni fa. Sopra questo livello compaiono elementi assegnati a Homo sapiens. L’ordine stratigrafico suggerisce una sovrapposizione temporale tra eventi climatici, eruzioni e occupationi diverse.
Prove archeologiche e studi genetici indicano che gruppi di sapiens stavano già colonizzando le isole dell’Indonesia e spingendosi verso Sahul almeno 60.000 anni fa. Se gli hobbit furono costretti a valle dalla siccità, l’incontro con sapiens diventa plausibile. Resta aperta la domanda se competizione, malattie o predazione abbiano contribuito alla loro scomparsa.
Nuove piste per ricostruire una estinzione complessa
Lo studio apre percorsi metodologici utili per futuri scavi e analisi: integrare stalagmiti, smalti dentali, stratigrafia e datazioni radiometriche. I dati combinati permettono di leggere non solo quando avvennero i cambiamenti, ma anche come risposero le comunità animali e umane. Questo approccio multiproxy è ormai centrale nella paleoecologia.
Ulteriori ricerche potrebbero includere analisi di DNA antico su resti fossili, studi sui modelli di migrazione costiera e ricostruzioni idrologiche più dettagliate. Comprendere la vulnerabilità alle fluttuazioni delle piogge aiuta a spiegare perché certe popolazioni insulari erano così fragili. La disponibilità di acqua dolce rimane un fattore critico per valutare scenari di sopravvivenza e abbandono degli habitat.
Domande cruciali restano aperte: fino a che punto la siccità fu il fattore decisivo, quale ruolo ebbe l’eruzione del 50.000 anni fa e che tipo di interazioni avvennero tra le diverse popolazioni umane che attraversavano l’arcipelago?












