Canguri giganti: scienziati potrebbero essersi sbagliati

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Gli studi più recenti suggeriscono che i canguri preistorici di enorme taglia potrebbero aver sfruttato brevi balzi potenti, una capacità che ribalta idee consolidate sulla loro mobilità. Analisi di ossa fossili e confronti con specie viventi offrono nuove prove su come questi marsupiali si muovessero nel Pleistocene. Il risultato apre scenari diversi sulle strategie di fuga e di sopravvivenza di animali che potevano pesare centinaia di chilogrammi.

Campione di ricerca e metodi utilizzati per lo studio dei canguri giganti

I ricercatori hanno esaminato centinaia di reperti tra ossa moderne e fossili per ricostruire la meccanica del movimento. La selezione comprendeva 94 esemplari attuali e 40 fossili, rappresentativi di 63 specie di canguri e wallaby. Tra i fossili sono inclusi membri del genere Protemnodon, vissuti nel Pleistocene.

Per stimare la massa corporea e le sollecitazioni sulle ossa sono state usate stime pubblicate e misure dirette delle ossa del piede. L’approccio ha unito dati morfometrici e principi biomeccanici per valutare la resistenza alle forze di impatto. Questo metodo consente di mettere a confronto specie moderne e antiche con criteri quantitativi.

Specie e reperti principali analizzati

  • Canguri moderni per riferimento funzionale.
  • Fossili del genere Protemnodon del Pleistocene.
  • Esemplari con metatarsi intatti per misurazioni affidabili.

Il ruolo del metatarso: forma, dimensioni e capacità di carico

Il quarto metatarso è risultata una struttura chiave per capire lo sforzo al quale erano sottoposti gli arti posteriori. Misure di lunghezza e diametro hanno permesso di calcolare la resistenza meccanica dell’osso. Dai risultati emerge che anche i metatarsi dei canguri più grandi potevano sopportare notevoli carichi dinamici.

Questo dato contrasta con ipotesi precedenti che ritenevano impossibile il salto per animali oltre una certa massa. Gli studi hanno valutato la capacità dell’osso di resistere a compressione e flessione durante un balzo. Le analisi biomeccaniche suggeriscono quindi una robustezza compatibile con salti di potenza.

Calcagno e tendine d’Achille: quanto dovevano essere solidi?

Oltre al metatarso, il calcagno è stato studiato per capire se potesse ospitare tendini abbastanza spessi. I ricercatori hanno calcolato quale sarebbe stata la sezione del tendine d’Achille necessaria per ammortizzare le forze di un grande salto. Le misure dei calcagni fossili sono risultate generalmente adeguate a sostenere tali tendini.

In particolare, la grandezza della tuberosità calcaneare è coerente con l’inserzione di tendini voluminosi. Questo implica che i tessuti molli, pur non essendo conservati, erano probabilmente strutturati per gestire impatti elevati. La combinazione di ossa robuste e calcagni proporzionati supporta l’ipotesi di balzi brevi e potenti.

Rimane però improbabile che questi canguri giganti praticassero salti prolungati come strategia principale di locomozione. L’energia richiesta per saltare a lunga distanza sarebbe stata inefficiente per soggetti di grandi dimensioni. Perciò i balzi, se presenti, dovevano essere sporadici e funzionali.

Implicazioni ecologiche: quando il salto salva la vita

I risultati aprono nuove prospettive sul comportamento anti-predatorio di questi marsupiali preistorici. Brevi scatti in salto potrebbero aver permesso rapide fughe o cambi repentini di traiettoria in situazioni di pericolo. Questo tipo di movimento è noto anche in molti piccoli roditori e marsupiali moderni, dove serve per sfuggire ai predatori.

Tra i possibili predatori citati vi sono i grandi carnivori del passato, come il marsupiale predatore Thylacoleo. In fase di attacco, una serie di balzi esplosivi avrebbe aumentato le probabilità di sopravvivenza. Queste dinamiche suggeriscono un comportamento complesso e adattivo, non riducibile a un semplice camminare lento.

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